Per me è incredibile che le persone che vivono con me in questo luogo lo chiamino Lande dell'esilio. Se dovessi scegliere io il nome, sarebbe Lande benedette!
Da giovane ero stupido e avventato, l'ultimo figlio di un nobile minore di Poitain. A quell'età, ero consumato dalla sete di ricchezze e di riconoscimento sociale: passavo il tempo a bere e giocare con altri giovani dal carattere discutibile.
Alla fine mio padre, venuto a conoscenza dei miei debiti di gioco, non mi diede scelta: mi spedì in un monastero a meditare sui miei peccati.
Confesso di non essere stato un monaco ammirevole. Ero più interessato al divertimento che alla condizione della mia anima. Spesso di notte rubavo nel monastero e tornavo con casse trafugate di birra e cibo. Ovviamente, gli altri monaci mi adoravano; ma l'abate iniziò a vedere la pessima influenza che esercitavo sull'intera congregazione.
E così decise di liberarsi di me.
Una notte mi risvegliai legato mani e piedi con corde nodose. Due omaccioni mi sollevarono dal mio letto e mi trasportarono giù per le ventose scale di pietra del monastero. L'abate era con loro, torcendosi le mani e implorandomi con lo sguardo.
"Figlio mio, la scelta mi spezza il cuore, ma sto perdendo gli altri. Questi uomini ti porteranno in un posto molto lontano, ove potrai cominciare una nuova vita, lontano da tuo padre e da Mitra. È la cosa migliore, sia per il monastero, sia per te. Ti prego, dimmi che comprendi".
"E se decidessero di tagliarmi la gola, abate? Ti ritroveresti le mani sporche del mio sangue!".
"Mi hanno assicurato che non lo faranno", rispose lanciando uno sguardo nervoso agli uomini che mi trasportavano. "Ti auguro tutto il meglio per la tua nuova vita, figliolo". Detto questo, si voltò e se ne andò.
Mi misero sul retro di un carro, coperto da uno sacco, in balia dei pensieri più terrificanti.
Non so dire quanto a lungo durò il viaggio. Passai di mano in mano, sempre con dell'oro a suggellare lo scambio. Altri prigionieri si unirono a me sul carro, uomini e donne di terre diverse. Alcuni erano nobili, altri persone comuni. Erano tutti confusi quanto me riguardo alla destinazione e al motivo del trasferimento. Molti di noi pensavano che i nostri aguzzini fossero schiavisti shemiti.
Nell'ultima notte della mia vecchia vita, ci fecero mangiare uno stufato duro di carne e verdure. Come gli altri, lo divorai con furia. E come gli altri, quando il veleno che vi avevano messo dentro iniziò a fare effetto, fui inghiottito dalle tenebre.
Il giorno dopo ebbe inizio la mia nuova vita.
Mi risvegliai completamente nudo fra le sabbie di un vasto deserto. Non c'era anima viva in vista, solo delle rovine e il nulla delle dune. Non sapevo dove andare, ma scelsi una direzione e mi misi in cammino, sperando di trovare qualcuno o qualcosa.
Per poco non morii. Una tempesta di sabbia si abbatté su di me, turbinante e foriera di lampi. Fuggii, cercando rifugio all'ombra di una vecchia statua crollata.
La tempesta era abitata da bestie. Le sentivo muoversi e confondere i loro versi con l'ululare del vento.
Allora, per la prima volta in anni, ripensai alla mia famiglia e mi pentii di tutto. Pregai Mitra affinché proteggesse la mia anima e perdonai l'abate, la cui unica colpa era stata quella di essere un brav'uomo che voleva proteggere il suo gregge.
E Mitra mi rispose. E le sue parole erano solo per me. Mi avvolse nella sua presenza, nascondendomi alle creature. Fu lì, nell'ora più buia della mia vita, che mi consacrai interamente a Lui.
Quando uscii dal deserto ero un uomo nuovo e, guidato da Mitra, trovai questo posto. Il santuario è dedicato al mio Dio e a tutte le anime esiliate, stanche e lontane da casa, che hanno bisogno di un posto per riposare.
Lascio qui la mia storia, nella speranza che possa ispirare altri. Sono diretto al cuore delle Lande dell'esilio. Mitra mi ha detto che ho ancora molto lavoro da fare.